FIOM CGIL WARTSILA ITALIA

Il blog di SASHA COLAUTTI, Rsu fiom in Wartsila Italia Spa a Trieste: notizie e utilità, per essere sempre informati su ciò che accade in ambito lavorativo e sindacale.

Chi sono

Utente: fiomtrieste
Nome: FIOM TRIESTE
Il blog di Sasha Colautti rappresentante sindacale della FIOM-CGIL Trieste in Wartsila Italia spa.

Partecipano

Foto recenti

ComunicatoASILO ComunicatoASILO
Vedi altri media

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
mercoledì, 30 settembre 2009

FIM E UILM TRATTANO SULLA LORO PIATTAFORMA DA GIORNI ... MA SU COSA? PERCHE' NESSUNO NE PARLA?

LA TRATTATIVA CHE NON C'E'

Tutti c'è lo chiedono: Come mai in questi giorni, invece di raccontare ai lavoratori cosa succede nella trattativa in corso sulla loro piattaforma di rinnovo del CCNL, FIM e UILM continuano soltanto ad uscire con volantini accusatori e sputasentenze sulla FIOM?

Beh, c'è lo chiediamo anche noi. Del resto, se non erro, sono già stati svolti numerosi incontri, ma i bollettini informativi apparsi sia nelle aziende che sul sito nazionale di CISl e UIL non dicono praticamente nulla. Anzi peggio, utilizzano gran giri di parole e di auto-pacche sulle spalle per l'avanzamento della trattativa..... mentre la realtà è una sola:  hanno portato a casa poco niente.

Per fortuna (loro) c'è la stampa che da una mano.
 
Riporto quì alcune delle considerazioni fatte sul giornalino dei lavoratori Piaggio che mi sento di condividere:

"L’operazione depistaggio è sostanzialmente riuscita. Almeno sin qui. Giovedì 24 settembre sui giornali c’è un solo articolo relativo al contratto nazionale dei metalmeccanici. Questo nonostante il giorno prima si sia svolto a Roma il quarto incontro della trattativa per il rinnovo della maggiore categoria dell’industria, (ed oggi fra l'altro si è svolto un ulteriore incontro, ma nessuno ne parla n.d.r). Ciò dipende da due fatti:

Il primo, superficiale, consiste nella nuova location della trattativa che, dalla settimana precedente, si tiene presso la sede dell’Uir, l’Unione industriali di Roma in via Andrea Noale. La quale via si trova, come si dice nella koiné neo-romanesca, “agli sprofondi”, ovvero in un luogo lontano e difficilmente raggiungibile, al di fuori del raccordo anulare. E ormai, con gli organici sempre più ridotti all’osso, non c’è un caporedattore che decida di privarsi per ore di un cronista, spedendolo a troppi chilometri di distanza dalla sede della redazione.

Il secondo fatto, sostanziale, consiste nella natura della trattativa. Divenuta evanescente, dopo che Federmeccanica ha dichiarato non negoziabile la piattaforma della Fiom e di voler quindi negoziare solo sulla piattaforma Fim-Uilm. Evanescente e dotata di un andamento quasi non raccontabile. Nel palazzone tutto vetri della Uir, le delegazioni della Fim e della Uilm, a ranghi peraltro ridotti, soggiornano in una specie di seminterrato. Gli incontri “in ristretta” con Federmeccanica si svolgono, invece, in una saletta posta al primo piano.

Ricapitolando: sede irraggiungibile, due piani di distanza tra delegazioni e luogo fisico degli incontri. Niente giornalisti e niente delegati. Che cosa c’è, in questo negoziato, che debba essere tenuto al riparo dai cosiddetti occhi indiscreti? Non i contenuti, certo. Piuttosto, l’assenza di negoziato."

Insomma, il risultato è una serie di chiacchiere, e noto pura una certa difficoltà da parte di FIM e UILM a raccontare ai lavoratori cosa succede. Per farvelo capire copio-incollo un loro "informacontratto:

 "Il quinto incontro per la trattativa per il contratto dei metalmeccanici svoltosi oggi a Roma, ha tracciato i contenuti dell’ipotetico accordo di rinnovo. Si è discusso di sistema di regole, di estensione del II livello di contrattazione e degli strumenti per la sua attuazione, di welfare  integrativo (Fondo per il sostegno al reddito e bilateralità, previdenza complementare), di professionalità, formazione e diritto allo studio, di salute e sicurezza di relazioni industriali, e di mercato del lavoro. Su quest’ultimo punto sono stati consegnati da Federmeccanica i testi sul part-time e sul contratto a tempo determinato in risposta alle richieste avanzate nella trattativa da Fim e Uilm. Pur in quadro di avanzamento del negoziato, permangono alcune rigidità di Federmeccanica sull’istituzione sperimentale del livello territoriale della contrattazione e sulla negoziazione di nuovi sistemi di inquadramento a livello aziendale.
Con l’impegno di Federmeccanica a produrre ulteriori formulazioni scritte sulle diverse materie discusse, la trattativa è stata aggiornata a lunedì 5 ottobre prossimo. Nella stessa giornata verrà affrontato il tema del salario sul quale Federmeccanica ha preannunciato una proposta."
 
Ora, ditemi voi  cosa deducete da questa nota. Se ne evince chiaramente che gran parte della loro cosiddetta piattaforma è andata a farsi benedire.  La Federmeccanica percorre su e giù la piattaforma Fim-Uilm, sparando una raffica di “no” o di “vedremo”.

A fronte di svariate richieste normative, qua e là compare soltanto la proposta di formare una commissione.
 
L’inquadramento? È un argomento complesso, sostiene l’associazione datoriale, meglio rinviare a un successivo incontro.

Formazione dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza? Niente ore aggiuntive.
 
Diritto di assemblea su salute e sicurezza? Idem.

Corsi di lingua italiana per gli immigrati? Bella idea, ma le imprese non debbono essere obbligate a surrogare le inadempienze dei poteri pubblici.
 
Percorsi d’assunzione per i precari? Niente che riguardi i lavoratori “in somministrazione” (ex interinali). E così via.

Aumento della somma versata a cometa da parte delle aziende? Non se ne parla, a meno che non siano anche i lavoratori a versare più soldi.

Insomma, per FIM e UILM  la trattativa è un nebbione insormontabile... e non hanno ancora parlato dei soldi. Sta di fatto che molto probabilmente Federmeccanica a fronte della richiesta di 113 euro in 3 anni al 5° livello, proporrà una erogazione di 97 euro lordi, sempre in 3 anni e sempre parametrati sul 5° livello . Ovvero sia il più basso aumento mai erogato nella storia sindacale italiana metalmeccanica.

Uno schiaffo in faccia ai lavoratori. Proprio per questo la FIOM CGIL, ha ribadito la validità della piattaforma presentata che vuole 130 euro di aumento a regime per il 3° 4° e 5° livello (154 euro al sesto e 170 al settimo liv.), e che riguarda esclusivamente il biennio economico 2010-2011, e non tocca la parte normativa, proprio perché per la FIOM, il contratto nazionale che hanno disdetto da FIM è UILM, è ancora in vigore.
 
Durante il secondo incontro di trattativa, la delegazione FIOM ha fatto rilevare a Federmeccanica ed a FIM e UILM che intraprendere in un momento di profonda crisi occupazionale, una strada che certamente porterà ad un accordo separato, è irresponsabile ed inutile per la difesa dei posti di lavoro e dei cassaintegrati. Perché per uscire dalla più grave crisi che si ricordi c’è bisogno di coesione sociale, di rispetto e valorizzazione del lavoro e dei suoi diritti e non di giocare sulla divisione dei sindacati e sulla pelle dei lavoratori.
 
Mantenendo in ogni modo le proprie richieste della piattaforma votata da tutti i lavoratori, la FIOM ha deciso di avanzare una proposta di mediazione per riuscire a trovare un accordo sulla parte economica che andasse bene a tutte le organizzazioni sindacali.
 
Affermiamo che questo “ponte” avrebbe la durata esclusiva di un anno,  il tempo di superare la crisi attuale. La proposta è di congelare le attuali richieste che per la FIOM stanno dentro il biennio economico che va a concludersi con la scadenza naturale del contratto nel 2012. Data entro in cui la FIOM vuole, in ogni caso, “vedere” gli aumenti richiesti dalla piattaforma votata dai lavoratori. Quindi non c’è stato nessun passo indietro.
Probabilmente per FIM e UILM è un problema che crea non pochi grattacapi, poiché per loro il CCNL in vigore non esiste più.
  
Qui sotto riporto il testo della proposta presentata dalla FIOM a Federmeccanica ed a Fim e Uilm
 
Tenendo conto della situazione economica che stiamo attraversando proponiamo:
                         
1.Di sospendere l’applicazione del sistema di regole definito nell’accordo separato, e fermo restando le posizioni delle parti, operare per la definizione di un nuovo sistema di regole alla scadenza del biennio (31-12-2011).
 
2.Apertura immediata di un confronto con all’ordine del giorno il blocco dei licenziamenti e lo sviluppo della struttura industriale del nostro Paese.
 
3.Richiesta congiunta al Governo per l’estensione degli ammortizzatori sociali per tutte le lavoratrici ed i lavoratori.
 
4.Soluzione transitoria di accordo economico che tenga conto di tutte le piattaforme presentate e richiesta congiunta al Governo della defiscalizzazione degli aumenti del CCNL.
 
Federmeccanica si è riservata di fornire una risposta alla proposta della Fiom, ma ha scelto di proseguire il negoziato sulla piattaforma di Fim e Uilm. La scelta di Federmeccanica di considerare non negoziabile la piattaforma della Fiom e di trattare solo la piattaforma di Fim e Uilm è grave, sbagliata e irresponsabile.
 
Grave : perché così si apre la strada ad un possibile accordo separato.
 
Sbagliata: perché la maggioranza dei metalmeccanici italiani ha approvato tramite un referendum democratico la piattaforma della Fiom nel rispetto delle regole e dei contenuti del CCNL in vigore fino a tutto il 31.12.2011.
 
CONFERMIAMO LA PORTATA DELLE NOSTRE RICHIESTE, E AFFERMIAMO LA VOLONTA’ DI METTERE IN CAMPO SOLUZIONI ADATTE A SUPERARE LA CRISI PONENDO AL PRIMO POSTO LA TUTELA DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI.
 
FEDERMECCANICA E FIM E UILM NON POSSONO CONTINUARE AD IGNORARE I 420.000 LAVORATORI CHE HANNO VOTATO LA NOSTRA PIATTAFORMA. PROPRIO PER QUESTO LA FIOM CGIL PER IL 9 OTTOBRE HA PROCLAMATO PER TUTTE LE LAVORATRICI E LAVORATORI METALMECCANICI :
 
SCIOPERO GENERALE
VENERDI’ 9 OTTOBRE
CON MANIFESTAZIONE NAZIONALE A MILANO
  
Sasha Colautti
Fiom Cgil
R28A
Trieste 
postato da: fiomtrieste alle ore 14:06 | link | commenti
categorie: articoli
giovedì, 16 luglio 2009

CCNL: FIM E UILM PRESENTANO LA LORO PIATTAFORMA.

L'ELEMOSINA
 
Se per la riforma fatta sul modello contrattuale del 22 Gennaio scorso, su cui abbiamo sostenuto una battaglia lunghissima ed estenuante dicevo che siamo arrivati “alla frutta”, potrei dire che qui, a questo punto, siamo “all’amaro”.
 
Proprio in conformità a quest’accordo, fatto da CISL e UIL assieme a Confindustria e Governo, le organizzazioni sindacali FIM-CISL e UILM-UIL hanno inviato a Federmeccanica la disdetta del contratto nazionale vigente ed hanno presentato una loro piattaforma di rinnovo di tutto il contratto nazionale, sia per la parte normativa, sia per quella salariale.
 
Bisogna dire subito che questo è un fatto gravissimo. Il Contratto nazionale che per noi tutt’ora resta come il “nostro contratto” – nostro proprio perché conquistato a fatica, come a fatica conquistato unitariamente con FIM e UILM- non può essere semplicemente “disdettato”.
Il Contratto Nazionale non è di FIM e UILM. Non è di loro proprietà e che mi risulti non hanno ottenuto, da parte dei lavoratori, nessun mandato a disdirlo (come non avevano ottenuto nessun mandato sulla riforma della contrattazione).
 
L’hanno disdetto, hanno presentato una loro piattaforma nonostante la Fiom abbia tentato di convincerli ad aspettare la scadenza dei termini di questo contratto. Questo perché solo degli incompetenti, o dei collusi, andrebbero a rinnovare in anticipo un contratto nazionale nella sua parte normativa in un momento di crisi globale, sapendo che nella riforma sulla contrattazione fatta c’è la possibilità di derogare punti del contratto stesso a seconda dello status dell’azienda o comunque delle sue necessita.
 
Vogliono applicare le norme scritte sulla riforma della contrattazione. Assecondano un governo che afferma, a colpi di propaganda da regime, che le cose si stanno rimettendo a loro posto, quando in realtà sappiamo tutti che il nostro PIL sta crollando e le nostre retribuzioni sono scese addirittura sotto la Grecia, mentre le CIGO sono aumentate del 550%.
 
Usciti dalla crisi? Figuriamoci, ne avremo ancora per molto.
Siamo davanti ad una situazione in cui è visibile la fase acuta delle ripercussioni che questa crisi porta e porterà nel mondo reale.
 
L’azione di governo è assolutamente insufficiente. Confindustria vuole “soldi veri” per far ripartire l’economia, ma nessuno, nessuno ritiene necessario ridistribuire redditi verso il basso nonostante le condizioni di povertà in cui si ritrovano milioni di italiani e nonostante lo sanno tutti che l’aumento continuo dell’inflazione deriva anche da questo: Scarsi consumi e scarsi investimenti, con pessimi ritorni nella ricerca (fondamentale) e nell’occupazione.
 
            
La presentazione della piattaforma FIM-UILM, sotto questo aspetto è un assist a Federmeccanica. Un retro passaggio che si trasforma in autogol sotto le gambe del portiere.
 
La loro richiesta salariale è da elemosina. Richiedono su 3 anni un aumento lordo di 113 euro al 5° livello. Roba da mettersi a piangere.
Ecco dove vanno a finire i strepitosi aumenti promessi durante le loro assemblee sulla riforma del modello contrattuale. Ecco quanto ci mette in tasca l’IPCA.
 
Federmeccanica già si frega le mani: Sa già che non sarà quella la cifra esatta da elargire ed ovviamente non avrà nessuna difficoltà ad erogare la bellezza di 20 euro a testa medi in più all’anno. Una vera elemosina per una famiglia normale che fa una vita normale.
 
La presentazione della loro piattaforma, ha messo in moto anche la nostra macchina. Abbiamo giocato d’anticipo presentando (sulla base del CCNL per noi ancora vigente) la richiesta salariale riguardante il BIENNIO ECONOMICO 2010-2011 con una richiesta che “doppia” quella di FIM e UILM.
 
FIM e UILM però hanno deciso di cambiare tutto e di stravolgere la parte normativa ed affidarsi completamente alle nuove regole. Legarsi ad automatismi e demandare tutto a non precisiate commissioni co-gestite con Federmeccanica, anche per quanto riguarda i milioni di lavoratori che al momento sono in cassa-integrazione e che aspettano risposte concrete. Per loro l’unica risposta è una vaga possibilità di avere un fondo di sostegno nel caso siano sospesi dal lavoro da “lungo tempo”. Sta scritto proprio così.
 
RIASSUMENDO LA PIATTAFORMA FIM E UILM
 
Rinaldini: “Si passa da 2 a 3 anni; c’è un indice inflazionistico addirittura deflazionato dall’inflazione importata; c’è un valore del punto che alla fine – al di là della richiesta che viene formulata per come è scritta nel sistema di regole – sarà inferiore a quello attuale del valore del punto dei metalmeccanici.
 
In sostanza, quella che viene istituita nel nostro paese è una scala mobile triennale a perdere, definendo che il contratto nazionale – non solo dei meccanici, ma di tutte le categorie – programma un’ulteriore riduzione del potere d’acquisto per tutti i lavoratori. Questo è quello che prevede quel sistema di regole.
Definito in questo modo l’aspetto retributivo, secondo FIM e UILM il contratto nazionale dovrà decidere le materie che passano alla contrattazione aziendale oppure che rimangono a livello del contratto nazionale, a partire dal fatto che la stessa materia non può essere oggetto di due livelli contrattuali.
 
Quindi, se per esempio riguardo il mercato del lavoro c’è qualche cosa scritto nel contratto nazionale non si può chiedere nulla a livello della contrattazione aziendale, altrimenti nel contratto nazionale non si scrive niente sul mercato del lavoro e la questione viene affrontata – azienda per azienda – nella contrattazione aziendale.
 
Terza questione: la contrattazione aziendale. D’ora in poi gli aumenti retributivi richiesti con la contrattazione aziendale devono rientrare nei criteri che il Governo ha fissato per quanto riguarda il premio di risultato; quindi un premio totalmente variabile che rientra dentro i meccanismi della defiscalizzazione. Altro che autonomia contrattuale!
 
Quarta questione: si possono definire a livello aziendale o territoriale deroghe rispetto al contratto nazionale, per ragioni che sono o di crisi, o di sviluppo economico, cioè… tutto! Derogare rispetto al contratto nazionale vuol dire peggiorare quello che dovrebbe essere il minimo retributivo e normativo dell’insieme dei lavoratori metalmeccanici.
 
Quinto: si «apre» decisamente sul terreno degli Enti bilaterali, che si configurano sempre di più come una struttura di gestione da parte del Sindacato e delle imprese, che va dal collocamento alla formazione, a pezzi di ammortizzatori sociali.
 
Tutto questo è scritto nel «Libro bianco» di Sacconi che ha definito anche concettualmente l’insieme dell’operazione. E Sacconi ha ragione quando dice che non è vero che questo Governo non fa riforme importanti, perché – ad esempio – l’accordo sul sistema contrattuale è una riforma che porta un cambiamento molto pesante in questo paese.
 
Ora, la mia impressione è che non tutti abbiano capito, anche a livello politico, la portata di quello che è successo, anche a causa del silenzio che c’è stato rispetto a tutto questo. Oggi, nel momento di definizione delle piattaforme, «tocchiamo con mano» la portata di quest’operazione, in primo luogo sul terreno della democrazia, poiché è stato scelto di imporre un sistema contrattuale all’insieme dei lavoratori e all’insieme delle Organizzazioni sindacali senza prevedere alcuna consultazione, alcun voto, alcuna validazione democratica.
 
Noi continuiamo a considerare questo fatto un elemento gravissimo, di aggressione alla Costituzione del nostro paese.
 
Fare un’operazione di questa natura apre la strada e diventa un pezzo non irrilevante di un progetto complessivo di riassetto del nostro paese in senso autoritario, perché quando si arriva a proibire e a impedire ai lavoratori e alle lavoratrici di votare sul loro contratto nazionale e aziendale, siamo di fronte a uno strappo sul terreno della democrazia che può avere anche conseguenze in termini più generali nell’assetto del nostro paese.
È chiaro che loro hanno messo in conto la crisi, con tutti i problemi che ne conseguono, e pensano di poter passare utilizzando le difficoltà inevitabili che si determinano in una situazione di crisi.
Ed è a partire da qui che noi siamo chiamati a compiere una scelta: o chiniamo la testa e rientriamo in quel gioco, oppure, sapendo tutto quello che comporta, costruiamo una nostra piattaforma nel rispetto di un contratto nazionale che è stato approvato con il referendum dai lavoratori e che prevede il rinnovo del biennio economico entro la fine dell’anno.
 
LA NOSTRA PIATTAFORMA
 
Noi abbiamo fatto della democrazia l’elemento identitario del nostro operare, sia quando lo facciamo in termini unitari, sia quando lo facciamo come Fiom; è l’unico vincolo che abbiamo assunto nel nostro operare, nel nostro agire.
 
Per questo noi eserciteremo il diritto di convocare le assemblee in tutti i luoghi di lavoro, ed eserciteremo questo diritto anche nei rapporti con le altre Organizzazioni sindacali.
 
Ribadisco che la nostra piattaforma non è per il rinnovo del contratto nazionale, è la piattaforma per il rinnovo del biennio economico. Teniamo divise le cose, altrimenti non ci capiamo.
 
La piattaforma del rinnovo del biennio economico in questa fase deve tenere assieme gli obiettivi relativi all’aspetto economico del biennio, inserendo obiettivi che siano in grado di parlare alla situazione di una categoria che vede tra il 40 e il 50% dei lavoratori coinvolti in cassa integrazione, in rischi di chiusure, in licenziamenti eccetera.
Per questo noi abbiamo predisposto uno schema di piattaforma che sulla parte economica propone un’ipotesi che – al di là delle discussioni e dei pareri, pure articolati e presenti nella nostra Organizzazione – tiene assieme una articolazione delle richieste di aumento retributivo tra due fasce che riguardano i livelli medio-bassi e un’area di riparametrazione che riguarda i livelli più elevati.
 
Perché le fasce? Per una semplice ragione: quella di aumentare le retribuzioni più basse in termini consistenti.
 
Per questo, ad esempio, la fascia centrale di riferimento è quella che mette assieme il terzo, il quarto e il quinto livello, con una richiesta nel biennio, non nel triennio, di 130 euro.
La richiesta formulata nella piattaforma di Fim e Uilm è, nel triennio, di 113 euro, ovviamente riparametrato 100-210.
 
Un’unica richiesta sul biennio per il terzo, quarto e quinto livello di 130 euro ha il significato esplicito di favorire la crescita delle retribuzioni più basse.
Nello stesso tempo è a partire da questa fascia che si determina il livello di riparametrazione per le categorie superiori e della fascia che comprende primo e secondo livello, che riguarda circa il 2% della nostra categoria.
 
Inoltre, noi chiediamo che venga rivalutato l’elemento perequativo per i lavoratori delle aziende che non hanno il contratto collettivo di secondo livello. Proponiamo, per questo istituto, 35 euro mensili che significa 455 euro annui. Parlo di contrattazione collettiva perché, dalla verifica fatta nell’applicazione di questo istituto nel passato, una cosa è la contrattazione collettiva, altra cosa sono i premi individuali che danno le aziende e che sono stati utilizzati per non dare nulla ai lavoratori che rientrano in questa fascia essenzialmente di piccole imprese.
 
Nello stesso tempo, proponiamo alla Federmeccanica di chiedere che gli aumenti retributivi che chiediamo per il rinnovo del contratto nazionale rientrino nei parametri e nei limiti definiti dal Governo per la defiscalizzazione sui premi di risultato.
 
Ci riferiamo al fatto che i premi di risultato e cioè quelli aziendali e variabili hanno una tassazione al 10%. Ora, noi non abbiamo capito perché per gli aumenti contrattuali che riguardano tutti i lavoratori dipendenti non si fa nulla sul terreno del fisco, mentre si usano gli sgravi fiscali per favorire operazioni segnate da un disegno politico.
Noi, allora, chiediamo: «Spiegate perché per quanto riguarda il premio di risultato aziendale c’è una tassazione del 10% e per quanto riguarda un aumento retributivo che deve andare a tutti i lavoratori non c’è nessuna operazione di natura fiscale».
 
Altro aspetto è quello relativo al rapporto con le situazioni di crisi.
 
Questa partita non ce la giochiamo solo in due mesi, si apre una fase più lunga e dobbiamo essere in grado di avere obiettivi rivendicativi che assieme alla questione del rinnovo del biennio economico abbiano efficacia anche su quello che succederà nelle imprese nei prossimi mesi, con tutti gli aspetti relativi alla crisi. Riguardo tutto questo inseriamo tra le nostre richieste due rivendicazioni precise: il blocco dei licenziamenti, anche per i lavoratori precari, e l’erogazione per intero degli aumenti retributivi ai lavoratori in cassa integrazione.
 
Riguardo la prima richiesta, prendiamo per buona la propaganda di chi per televisione dice: «Blocchiamo i licenziamenti»; a questo punto noi proponiamo di definire il blocco dei licenziamenti per questa fase del biennio, per questa fase di crisi, compresa la situazione dei lavoratori precari.
La seconda richiesta è quella relativa al fatto che gli aumenti retributivi che noi chiediamo devono essere dati per intero ai lavoratori in cassa integrazione, il che significa proporre, anche attraverso una rivendicazione di carattere generale, la questione del massimale e della integrazione rispetto alle condizioni di cassa integrazione.
 
Questi sono gli elementi su cui, a prescindere dalla piattaforma, segnare tutta la nostra iniziativa, nei prossimi giorni, nei prossimi mesi. Basta pensare a quello che sta succedendo a Termini Imprese, nello stabilimento di Imola, all’Innse di Milano e in tante altre realtà per capire quali sono i riferimenti per la nostra iniziativa.
 
E sempre riguardo l’impianto della cassa integrazione, rivendichiamo che il contributo delle imprese per la pensione complementare venga versato anche quando i lavoratori sono in cassa. Non è accettabile, infatti, tanto più a fronte di prolungate situazioni di cassa integrazione, che questo contributo venga interrotto”.
 
Questo è il quadro delle nostre richieste.
 
E’ ovvio, mi viene da ridere quando penso a quello che succederà. E’ semplice. Quando Federmeccanica si vedrà recapitare una piattaforma che domanda il doppio dell’altra sarà abbastanza semplice per loro, fare la scelta.
 
La nostre richieste vanno conquistate con l’impegno e la determinazione. Lo stesso impegno e la stessa determinazione che abbiamo avuto in questi mesi di dure battaglie sulla riforma dei contratti. Perché qui si decidono veramente le sorti del nostro modello sindacale e si decide come vogliamo essere considerati, sia come persone che come lavoratori.
 
Lo so, lo so. Già non ne potete più, ma pensateci.
 
Intanto, quando sarà il momento, approvate la nostra piattaforma e partecipate alle nostre assemblee.
 
Poi vedremo chi la spunta.
 
 
Sasha Colautti
FIOM CGIL Trieste
RSU Wartsila Italia Spa
postato da: fiomtrieste alle ore 12:19 | link | commenti
categorie: articoli
venerdì, 03 aprile 2009

FIM E UILM FIRMANO L'INTEGRATIVO FINCANTIERI: I LAVORATORI NON CI STANNO

LA MACCHINA INFERNALE
 
Accordo separato sull’integrativo FINCANTIERI: Sulla linea dell’accordo del 22 Gennaio riguardante la riforma della contrattazione, FIM-CISL e UIL-UILM sottoscrivono un’ integrativo aziendale a dir poco allucinante. Ecco cosa sta succedendo ma soprattutto ecco perché questo accordo deve spaventare tutti:
 
Tutti gli stabilimenti del gruppo sono in mobilitazione, con un’adesione superiore al 90% che è un No netto all'accordo separato.
 
In alcuni stabilimenti, anche delegati delle Organizzazioni firmatarie dell'accordo si sono pronunciati contro. Michele Zoff, Rsu FIM-CISL di Monfalcone, ha dato le dimissioni in diretta durante il coordinamento.
 
In un’intervista di Anna Maria Bruni su Dazebao, Michele Zoff dopo le sue dimissioni commenta:
 
“Non ho accettato il metodo usato dalla Fim per arrivare all'accordo - dice - Abbiamo fatto ventisei riunioni per discutere questo contratto integrativo, speso un sacco di soldi per venire a Roma, potevamo fare una riunione in più e raggiungevano un accordo unitario”.
 
“Qui ci sono 280-300 iscritti Fim che dicono che l'accordo doveva essere unitario. Ma se non molli niente alla Fiom vuol dire che non vuoi fare un accordo con loro, cerchi la battaglia contro, vuoi lasciarli fuori. Questa è politica, e io faccio il sindacato, nell'interesse dei lavoratori”.
 
Zoff continua, piuttosto amareggiato. “Io ho raddoppiato gli iscritti in un anno anche perché sono un operaio, mi hanno votato, io non firmo un contratto in cui i lavoratori dei cantieri non vedranno una lira”.

Le richieste Fiom sul piano salariale sono più solide, allora.
 
“Non solo - dice il delegato - anche per quanto riguarda appalti e sicurezza. La Fiom chiede maggiori garanzie sugli appalti e l'Rls di sito. E anche per quanto riguarda il premio per gli indiretti, noi chiedevamo il 75%, siamo arrivati al 70”.  “Io ho avuto l'appoggio di tutti i lavoratori e dei miei iscritti. Lunedì torno a lavorare. La Fim deve decidere cosa vuole fare”.

“Comunque - conclude Michele Zoff -  i delegati Fim hanno rifiutato l'accordo a Marghera, Ancona e Monfalcone, e sono i più grandi cantieri d'Italia.”.
 
Le parole del delegato FIM dimissionario sono eloquenti: In questo accordo vi è una volontà esclusivamente politica. La FIOM doveva essere lasciata fuori. In un momento del genere, per FIM e UILM rimarcare il fatto che il “solito sindacato del no, degli scioperi” decideva di non sottoscrivere l’accordo poteva essere un’occasione ghiottissima di gettare scompiglio e divisioni fra i lavoratori, mettendoli gli uni contro gli altri nella solita e bistrattata guerra fratricida mentre l’accordo passava indisturbato.
 
Nel merito, infatti, l’accordo decide proprio questo. Decide di discriminare i lavoratori, decide di abbandonare completamente l’idea di un modello di contrattazione che deve tutelare universalmente ed in maniera uguale tutti i lavoratori che, di fatto, contribuiscono ai guadagni di un’azienda.
 
E’ un caso che questa firma arrivi dopo l’accordo quadro di riforma sulla contrattazione sia nazionale che integrativa? Ovviamente no. Sono riuscito in mattinata a leggere l’accordo e si è palesato in modo scontato, al limite del ridicolo, quanto l’integrativo Fincantieri sia stato firmato sulla base del dictatum Confindustriale con l’imposizione di un 20% di lavoro in più in cambio dell’incertezza salariale: infatti (guarda caso) gli aumenti salariali sono pressoché totalmente legati alla parte variabile del salario. Quindi produzione, produttività e chi più ne ha più ne metta.
 
Oltre all’illusione di vedersi aumentare i soldi in busta paga, ai lavoratori viene dato un altro calcio in faccia: Da quello che ho capito l’aumento è di 1500 euro annui, che suddivisi in 13 mensilità equivalgono a 116 euro scarsi di aumento (variabile e quindi non sicuro) in busta paga.
 
Solo per far capire agli amici di Fincantieri quanto sia politico quest’accordo ricordo a loro ed a tutti che in Wartsila Italia l’aumento derivante dell’integrativo firmato a Luglio 2008 era di 279 euro di cui 120 euro fissi (escluso il consolidamento e quindi freschi).
 
Questo dovrebbe far capire a tutti i lavoratori perché l’accordo del 22 Gennaio sulla riforma della contrattazione non doveva essere firmato: ha la prerogativa di imporre richieste salariali ESCLUSIVAMENTE VARIABILI. In Fincantieri si è visto.
 
Vorrei con questo far anche capire ai lavoratori di Wartsila una cosa ben precisa: Il fatto che Wartsila Italia è partita con l’integrativo aziendale prima di Fincantieri è una pura casualità. Poteva essere benissimo l’incontrario. E dall’accordo firmato dalle delegazioni FIM e UILM in Fincantieri si capisce benissimo che nel caso ci saremmo trovati al posto loro sarebbe successa esattamente la stessa identica cosa.
 
Infatti su questo accordo non c’è nemmeno l’alibi della crisi (e su questo non fatevi fregare) . Spiegatemi voi, se in un momento di crisi e di un eventuale flessione dei carichi di lavoro, quale sindacato è tanto stupido da firmare incrementi salariali legati totalmente ad indici subordinati all’andamento dell’azienda, ed anzi da quello che si legge, il salario che fu già acquisito con il premio detto “di programma” torna ad essere variabile.  Ed inoltre viene richiesto un aumento della produttività! Follia pura.
Per non parlare del fatto che se di crisi si tratta, spiegatemi per favore come mai FINCANTIERI assieme ai loro autoproclamati sudditi sindacali (ma soprattutto a fronte della ricapitalizzazione) non hanno concepito e messo su carta in questo bell’accordo, un piano industriale o un programma minimo d’investimenti?
 
La verità è che della parola Crisi ci si riempie la bocca soltanto quando  serve (perché altrimenti per Cisl e Uil va tutto bene e non serve fare nulla) e si vuole utilizzare la paura delle persone per far approvare un accordo ingiusto ed inadeguato. La crisi si supera investendo, ed utilizzando il tempo di “vacche magre” per l’inserimento di risorse umane giovani e decisive allo sviluppo di elementi di innovazione tali da permettere ad un’azienda di emergere.
 
Oramai abbiamo capito che la pratica contrattuale di FIM e UILM è quella del lavorare di più per prendere meno. Il solito piatto di lenticchie, accompagnato con un contorno di NON-democrazia, infatti (come per l’accordo sulla riforma dei contratti) FIM-CISL e UIL-UILM non sono intenzionati a far votare nessuno. Faranno le assemblee? A loro quello che pensano i lavoratori non importa nulla.
 
Aimè cari amici di Fincantieri (ma parlo anche per tutti noi), a riguardo del vostro salario vorrei ricordarvi che con l’accordo di CISL UIL e UGL sul modello contrattuale del 22 gennaio, neppure gli aumenti del contratto nazionale saranno in grado di rianimare la vostra busta paga. Provate col defibrillatore… perché con l’indice IPCA state certi che non vedrete un soldo in più… anzi.
 
Come ben sapete però le pagine dell’accordo sono oltre le 50, e più che altro sembra di leggere un libro di Stephen King tanto fa venire la pelle d’oca:
 
I morti (non quelli di Stephen King, ma quelli veri) purtroppo non sono bastati a far capire alla direzione di Fincantieri e ai sindacati firmatari che sulla sicurezza si dovevano stringere le maglie. Nell’accordo invece le rivendicazioni in materia di Salute e Sicurezza vengono cancellate con un colpo di spugna, ed anzi, vengono per certi elementi fondamentali aggirate e peggiorate le leggi vigenti, nel totale menefreghismo di chi dovrebbe tutelare i lavoratori.
 
Per non parlare della gestione degli organici, in cui per la prima volta non vi è nessuna garanzia per una corretta organizzazione del lavoro e degli appalti.
 
Insomma un accordo con i baffi (quelli di Bonanni) come direbbe Maurizio Costanzo parlando della sua camicia.
Una camicia di forza in questo caso, l’aberrazione del sindacato dico io.
 
Aberrante poiché Fim e Uilm hanno già deciso, assieme alla dirigenza fincantieri che gli aumenti saranno assegnati solo a quei lavoratori che decideranno di accettare questo accordo. Infatti hanno già preparato un modulo di “non accettazione volontaria” dei soldi derivanti dagli aumenti.
Questo lo trovo spregevole e mi sembra uno schiaffo tremendo a quei lavoratori che sono condizionati dalla loro vita fatta di sacrifici e a volte di veri e propri stenti. Questa non si chiama democrazia e soprattutto tutto questo non ha nulla a che fare con la collettività.
 
Per finire, oltre che dare a tutti i lavoratori coinvolti nella vertenza, la solidarietà mia ma anche quella dei lavoratori di Wartsila Italia, rivolgo un appello loro:
 
Non mollate andate avanti. Respingete quest’accordo perché oltre a tutelare voi stessi tutelerete noi tutti.
Le vertenze future saranno tante e tutte decisive.
La vostra, è lo specchio tornaconto di una lotta che sta aspettando tutti.
Noi che sappiamo cosa vuol dire sacrificarci per la nostra famiglia; sacrificarci per difendere i nostri diritti ed il nostro posto di lavoro.
Noi che vogliamo essere partecipi e decisivi, che non siamo disposti a diventare semplici comparse di un sistema e di un’idea malata di ciò che deve essere il mondo del lavoro ed il sindacato. Noi vogliamo contare.
 
Voi ci riuscirete. Noi ci riusciremo.
 
 
Sasha Colautti
RSU – RLS
Fiom Cgil
Rete 28 Aprile
Trieste
postato da: fiomtrieste alle ore 08:32 | link | commenti (5)
categorie: articoli
mercoledì, 01 aprile 2009

3 MILIONI DI NO!

Accordo separato sul modello contrattuale: ben oltre tre milioni di persone votano alla consultazione promossa dalla CGIL. Il 96% boccia sonoramente un accordo sbagliato

dalla CGIL nazionale  http://www.cgil.it

"Tantissimi lavoratori, pensionati, giovani hanno partecipato al voto. In proporzione ha votato una quantità di persone maggiore che in occasione di altre consultazioni promosse unitariamente. Praticare la democrazia è una scelta che risulta fortemente condivisa. L’accordo separato sul modello contrattuale raccoglie una massa enorme di giudizi negativi"

Tremilioniseicentoquarantatremilaottocentotrentasei.

Scrivere il numero delle donne e degli uomini (lavoratori, pensionati, precari) che hanno partecipato alla consultazione promossa dalla sola CGIL sull’accordo separato, relativo al modello contrattuale del 22 gennaio scorso, rende ancora più evidente il grande risultato raggiunto.
Ricapitoliamo: nel mese di gennaio la CGIL chiede a CISL e UIL di promuovere, come fatto in altre occasioni, una consultazione unitaria sull’Accordo relativo al modello contrattuale. A fronte del loro rifiuto, la CGIL promuove la consultazione da sola (il voto si è concluso venerdì 27 marzo).
Considerato che la democrazia deve sempre sposarsi con la trasparenza, le regole adottate per gestire il voto in questa occasione sono state le stesse condivise con CISL e UIL nel 2007. Inoltre, grazie alla rigorosa tenuta dei seggi, abbiamo respinto tentativi di inquinare il voto.
Hanno partecipato alla consultazione promossa dalla CGIL 3.643.836 persone, che sono il 71% circa di quanti votarono nel 2007 alla consultazione promossa da CGIL, CISL e UIL in occasione della sottoscrizione con il Governo Prodi del Protocollo relativo al welfare.
Per rendere ancora più evidente il grande significato democratico che condensa questo risultato basti pensare che nel 2007 votarono 5.128.507 lavoratori e pensionati, pari al 42,41% della rappresentatività di CGIL, CISL e UIL che era di 12.092.687 tra iscritte e iscritti.
Se applicassimo lo stesso rapporto percentuale con gli iscritti alla CGIL, per reggere il confronto con il 2007, avrebbero dovuto votare 2.174.999 persone. Invece i 3.643.836 votanti nel 2009 rappresentano, rispetto ai 5.734.855 iscritti alla CGIL al 31 dicembre 2008, il 63,54%.
Complessivamente la CGIL da sola porta al voto oltre i 2/3 dei votanti del 2007.
Sempre in materia di confronti, nel 2005, nella consultazione promossa dalle tre Confederazioni in occasione della sottoscrizione del Protocollo, votarono 4.429.096 lavoratori, mentre in occasione della consultazione relativa al Protocollo del 23 luglio 1993 sulla politica dei redditi e sugli assetti contrattuali votarono 1.327.290 lavoratori.
Siamo quindi di fronte ad un risultato enorme sul versante della partecipazione e del voto, la dimostrazione concreta che il valore della democrazia è un valore attualissimo per lavoratori, pensionati, precari e che, tutte le volte che si mette in campo la richiesta di un pronunciamento, la partecipazione è molto alta perché le persone vogliono poter determinare le scelte che le riguardano. In questa direzione lo slogan che abbiamo adottato per la consultazione “Io voto, io conto” rappresenta al meglio il risultato ottenuto.
Inoltre la CGIL ha portato al voto una quota molto alta di non iscritti che, con la loro partecipazione, hanno rafforzato le ragioni della democrazia nel rapporto con i lavoratori.
L’esito della consultazione è, poi, nettissimo: il 96,27% esprime il proprio deciso dissenso all’accordo separato sul modello contrattuale.
Tutto ciò rappresenta un valore aggiunto rilevantissimo e mette a disposizione un risultato che dovrebbe consigliare attente riflessioni a più di una forza sociale, alle nostre controparti e al Governo.
E' inutile ricordare che SABATO 4 APRILE tutta la CGIL sarà a ROMA per manifestare tutto il proprio dissenso verso le politiche del governo in ambito lavorativo e ovviamente contro l'accordo siglato da CISL UIL e UGL assieme alla Confindustria ed al Governo.
Per chì è interessato a partecipare, ad unirsi alla nostra "spedizione", vi invito a contattarmi via mail:
sasha.fiom@gmail.com
Sasha Colautti
RSU – RLS
Fiom Cgil Trieste
R28A
postato da: fiomtrieste alle ore 07:38 | link | commenti
categorie:
martedì, 27 gennaio 2009

COMPLICI D’IMPRESA
 
In 30 minuti esatti, nella serata di Giovedì 22 Gennaio, CISL UIL e UGL hanno sottoscritto ed approvato la riforma del modello contrattuale assieme alla CONFINDUSTRIA ed al GOVERNO. Il CCNL viene irrimediabilmente indebolito, negli integrativi aziendali sarà “vietata” la quota fissa e gli aumenti saranno legati esclusivamente alla redditività dell’azienda.
 
Sull’argomento ho scritto numerosi articoli nel corso di questi ultimi mesi. Era un disastro annunciato e la CGIL si è alzata dal tavolo rifiutandosi di firmare un testo che più che un accordo sembra essere una condanna a morte del sindacato. Il sindacato come io lo intendo.
 
E’ inutile dire che i segretari di CISL, UIL ed UGL si immaginano un altro sindacato. Il sindacato collaborazionista, quello che, a detta del presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, deve far diventare il lavoratore un “complice d’impresa”.
 
Ora è fatta. Siamo tutti complici d’impresa.
 
Quello che mi chiedo è che cosa faranno gli iscritti di CISL e UIL adesso. Che cosa ne pensano del fatto che i loro sindacati hanno deciso (senza nemmeno interpellarli attraverso il referendum) di firmare un accordo che riduce il loro salario e lega la contrattazione di secondo livello ESCLUSIVAMENTE alla redditività dell’azienda? Perché CISL e UIL non hanno organizzato assemblee per spiegare che cosa si stava per firmare?
 
Ho fatto una summa d’alcuni interessanti articoli presi dal coordinamento RSU e “il pane e le rose” che trattano l’argomento e che secondo me danno una visione sistematica dell’accordo, e che daranno a voi degli elementi di valutazione decisamente obiettivi. In realtà basterebbe leggere l’accordo firmato per rendersi conto di quanto sia indifendibile.
 
http://www.fiom.cgil.it/ccnl/sistema_contrattuale/09_01_22-riforma_assetti_contrattuali.pdf
 
Ho letto da qualche parte che la Presidente della Confindustria Emma Marcegaglia ha tentato, in un incontro durato cinque ore, di convincere Epifani a firmare la riforma dei contratti già accettata dalle altre confederazioni. Cinque ore alla fine delle quali Epifani ha confermato il no della Cgil.
 
Mi è venuto da pensare: perchè la Confindustria vuole a tutti i costi la firma della CGIL? Certamente non si tratta di un’organizzazione filantropica che chiede ai possibili beneficiari della sua generosità di accettarla! Sappiamo bene come gli accordi di oggi peggioreranno le condizioni generali del rapporto di lavoro e con i meccanismi già adottati con la legge trenta si creeranno i presupposti per sostanziali decurtazioni dei minimi salariali nelle regioni e nelle aziende. Inoltre avanza il processo di scardinamento dell'art.18 e dei contratti a tempo indeterminato. Oggi nasce una specie di diritto sindacale che è sopratutto diritto delle aziende alle quali bisognerà piegarsi dopo essere stati spogliati di ogni possibile tutela e possibilità di resistenza sindacale o legale.
 
Non si fa gran fatica a dimostrare l'assurdità dell'accordo separato firmato da Cisl, Uil e Confindustria.
Da oggi il riferimento non sarà più l'inflazione programmata (che già faceva acqua da tutti i buchi) ma un'altra cosa che però ancora non si capisce bene cosa sia ... infatti l'accordo dice:
 
"per la dinamica degli effetti economici si individuerà un indicatore della crescita dei prezzi al consumo assumendo per il triennio - in sostituzione del tasso di inflazione programmata - un nuovo indice previsionale costruito sulla base dell’IPCA (l’indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo per l’Italia), depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L’elaborazione della previsione sarà affidata ad un soggetto terzo"
 
Ciò che appare comunque evidente è che il riferimento all'inflazione reale (già ridotta a richiamo solo nominale da quando è stata abolita la scala mobile) è andata definitivamente a farsi benedire ... scomparsa anche dal lessico sindacalese.
 
I nostri salari potranno forse recuperare qualcosa dell'aumento del costo della vita (dubito), ma non tutto in quanto depurato dagli effetti dei prezzi dei beni energetici importanti (elettricità e petrolio si presume) sull'inflazione ... ossia da quanto incide per almeno la metà sui processi inflazionistici.
 
L'accordo ci dice inoltre che a decidere di quanto dovranno aumentare i nostri salari sarà d'ora in poi un "soggetto terzo" che, da quanto si capisce, non sarà più il Governo tramite le leggi finanziarie (e già così…) ma probabilmente un soggetto di ricerche economiche, magari (sicuramente) un ufficio studi che sicuramente già lavora per banche e per diversi degli imprenditori iscritti a Confindustria.
 
L'altra perla dell'accordo è che il salario variabile legato alla contrattazione decentrata sarà ancor più di prima (dell'accordo del 23 luglio) subordinato ai risultati di produttività, redditività, recupero efficienza delle imprese e con l'aggiunta che la sua erogazione viene ora esplicitamente subordinata ad un'azione del Governo che garantisca per ogni lira di salario variabile erogato corrispondenti sgravi fiscali e risparmi contributivi a favore delle imprese (e quindi .. a carico della collettività).
 
Cisl, Uil e Ugl cantano vittoria ma non si capisce su cosa, e sarà difficile che vengano a spiegarcelo nei luoghi di lavoro. Se pensiamo alle urla di dolore di Bonanni di solo pochi mesi fa riguardo all'insorgere di una "emergenza salariale" ci rimane difficile pensare con quali argomentazioni il segretario della Cisl potrebbe venire a convincerci in assemblea.
Non certo con il suo famoso e recente "Basta col salario a prescindere"…
 
Certo non con gli argomenti di Angeletti che, in piena overdose di entusiasmo ha declamato ..."per la prima volta si considera il salario non come la derivata di rapporti politici tra sindacati, imprese e governo, ma come la derivata del lavoro" ... che è come dire che il salario non deve corrispondere ai bisogni che il lavoratore deve soddisfare ma a quanto lavoro è disponibile a fare in più.
 
Neppure con gli argomenti della Polverini (UGL) che dichiara come ... "L'accordo raggiunto sulla riforma del modello contrattuale rappresenta un contribuito che le organizzazioni dei lavoratori danno per la risoluzione della crisi" .... come dire che la questione dell'emergenza salariale era tutta una bufala e che il problema principale è solo lavorare di più ed accontentarsi.
 
In fin dei conti non esiste alcun ragionamento propriamente "sindacale" che loro riescono ad sciorinare per giustificare la bontà e l'urgenza di questo accordo. L'unica cosa che spiega questa loro decisione è quanto da loro stessi dichiarato e cioè che si è finalmente annullato il cosiddetto “conflitto” sindacale.
 
Una considerazione assai peregrina in realtà. Un rapporto non conflittuale ma collaborativo sottintende l'esistenza di un rapporto paritetico tra le parti. Orbene l'accordo firmato da Cisl, Uil e Ugl ha come obiettivo principale il sostegno alla produttività e redditività di impresa. Il lavoro, e le sue aspettative normative e salariali compaiono nell'accordo solo come elementi subordinati all'impresa ed ai suoi obiettivi. Difficile quindi pensare ad un rapporto collaborativo tra due interessi, dei quali il secondo è esplicitamente dichiarato subordinato al primo.
Già in partenza l'accordo sancisce, anche sul piano concettuale, l'evidenza di uno scambio diseguale.
 
Verificata la debolezza e la non sussistenza di ragioni "sindacali" (anche delle più moderate) viene fuori lampante ciò che veramente Cisl, Uil e Ugl apprezzano dell'accordo e cioè il riconoscimento di ruolo che viene dato alle loro burocrazie da Governo e Confindustria.
 
Cisl, Uil e Ugl aderiscono (per interesse loro) ad un modello negoziale imperniato sulla progressiva eutanasia del contratto nazionale, sulla riduzione programmata dei salari, su una contrattazione integrativa limitata ad un'area ristretta di lavoratori e di lavoratrici, subordinata ad un aumento della fatica, delle ore lavorate e legata alle performance dei bilanci aziendali e a defiscalizzazioni concesse dallo Stato.
 
Coscientemente aderiscono alla rampante deriva neocorporativa che impone anche la trasformazione dei modelli sindacali, compromettendone l'autonomia, prefigurando un sindacato consociativo che sostituisce la contrattazione con una rete infinita di commissioni bilaterali che escludono la partecipazione diretta dei lavoratori alla discussione ed alla decisione su come affrontare e risolvere i loro bisogni, delegando invece tutto ad una presunta specializzazione degli apparati e delle burocrazie di cui i lavoratori saranno chiamati (solo) a fidarsi.
 
Per me tutto questo è a dir poco sconcertante.
 
A fronte di tutto questo:
 
Venerdì 13 febbraio, sciopero nazionale di 8 ore di Fiom e Funzione Pubblica Cgil con manifestazione a Roma.

La Confindustria, con la complicità di Cisl e Uil, approfitta della crisi per portare fino in fondo l’attacco al contratto nazionale di lavoro. L’accordo separato sul sistema contrattuale apre la via alla totale flessibilità del salario; minaccia ancora di più la salute dei lavoratori con il vincolo della produttiva del salario; estende la precarietà e l’incertezza dei diritti; mette in discussione i principi fondamentali dell’iniziativa sindacale e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

La gravità della crisi e dell’attacco ai diritti apre una fase nuova e dà spazio e valore a una linea sindacale conflittuale e antagonista. Vogliono eliminare il conflitto sociale, ma dovranno raccoglierne una quantità tale da sconfiggere il loro disegno: quello di far pagare a noi la loro crisi.
 
Sasha Colautti
RSU – RLS
Fiom Cgil Trieste
R28A
postato da: fiomtrieste alle ore 07:36 | link | commenti
categorie: articoli
giovedì, 08 gennaio 2009

DONNE IN PENSIONE A 65 ANNI

FALSA PARITA’
 
Ben ritrovati e buon anno a tutti. 
 
E’ giunto finalmente il 2009, ed altrettanto finalmente è finito il 2008, anno bisesto/anno funesto… perché diciamo la verità non è stato un grande anno, questo appena passato.
Ovviamente non sto parlando di convergenze lunari o di Giove che entra/esce nella vostra casa zodiacale, ma mi riferisco a ciò che è accaduto sia a livello politico sociale che a livello prettamente lavorativo ed economico. Ora è arrivato il 2009, che cosa ci porterà?
 
Sapete, tra i miei buoni propositi per questo nuovo anno c’è (tra l’andare in palestra e prendermi meno impegni lavorativi extraorario) quello di cercare di dare un taglio più, come dire, “abbordabile”, a quello che scrivo. Vorrei interagire di più con quelli che non riescono a comprendere il mio pensiero a causa del modo con cui tendenzialmente esterno i miei pensieri e cercare di avvicinare più persone a questo piccolo (e a volte inadeguato) spazio informativo.
 
Vorrei iniziare l’anno nuovo parlando delle Donne. C’è stata di recente la proposta del ministro Brunetta di innalzare l’età pensionabile di quest’ultime a 65 anni d’età. 5 anni in più per andare in pensione.
 
A riguardo, le informazioni che passano i telegiornali (tutti dal primo all’ultimo) sono deviate e devianti. L’attuale TG5 è riuscito a farmi rimpiangere la gestione Mentana, TG1 e TG2 fanno a gara di chi riesce a tagliare meglio filmati e dichiarazioni del politico di turno, STUDIO APERTO sembra un continuum spazio temporale dei cinepanettoni dei fratelli Vanzina e il TG4…beh lasciamo stare. Il morale della favola è che abbiamo una sequenza di interviste alle appartenenti del gentil sesso che, proprio per rivendicare la parità dei sessi, affermano di voler lavorare 5 anni in più… che c’è di male?
 
Il male è che questa determinazione del ministro a voler tener su lavoro 5 anni in più le donne non è sicuramente figlia di questa battaglia contro la discriminazione tra i sessi. Perché come cercherò di spiegare, questo metodo di parificazione è non solo inutile, ma getterebbe madri e figlie un gradino ancora più in basso nella scala cosiddetta “sociale” rispetto a noi maschi.
 
Il discorso è questo: l’attuale mercato del lavoro prevede per le donne una situazione alquanto disagiata. Statisticamente le donne vengono pagate di meno e vengono assunte nella stragrande maggioranza con contratti precarizzati. Però il ministro Brunetta sa bene che per andare a ridurre la spesa pubblica senza intaccare “interessi forti”, deve per forza colpire questa tipologia di lavoratori… ovvero sia le lavoratrici. Che hanno scarsa capacità di mobilitazione perché scarsamente tutelate nei luoghi di lavoro.
 
Non a caso vediamo donne interinali a 50 anni, lavoratrici con contratti Domenicali e di tipo weekend subpagati e subtutelati o contrattualistica atipica d’ogni genere e nelle sue forme più aberranti.
 
In questo confronto viene messo completamente in secondo piano uno degli aspetti centrali, secondo molti, della proposta e dell’intera questione.
 
“La norma che differenzia l'età pensionabile della donna da quella dell'uomo è, nel nostro Paese e fin dalla riforma Dini, l'unica a riconoscere il valore sociale del lavoro di cura, cioè la condizione reale delle donne italiane caratterizzata dall'avere un doppio carico di lavoro. Nonostante i cambiamenti sociali, spesso celebrati in modo eccessivo, le statistiche fotografano una realtà sostanzialmente invariata: il carico della vita domestico-familiare in Italia riguarda soprattutto le donne, mentre il maggior contributo offerto dagli uomini è quantificabile, negli ultimi 10 anni, nella media di 15 minuti in più alla settimana”. (Io anche meno ahi!).
 
Questa purtroppo sembra essere la realtà, quindi ne deduco che parlare di equiparazione del lavoro femminile con quello maschile sia inutile a meno che non si creino leggi (ma quando mai) che impongano una ripartizione del lavoro domestico e familiare… perché di fatto ricopre un ruolo fondamentale nella società.
 
E’ essenziale rimarcare che il divario occupazionale tra uomo e donna resta abissale.
Le donne infatti hanno mediamente stipendi più bassi a parità di lavoro con i loro colleghi, sono maggiormente vittime dell'occupazione dequalificata e, soprattutto, della condizione di precarietà. Mentre i lavoratori iniziano generalmente con un impiego a tempo per poi stabilizzarsi, pur con grandi difficoltà, per le lavoratrici la precarietà è una stagione che dura tutta la vita, tanto che per loro i processi di stabilizzazione sono più rarefatti.
 
Questo perché una Donna col ruolo di Madre (o possibile madre) e venturo epicentro della famiglia viene visto dalle imprese come un futuro impedimento o fastidio. Quante volte ai colloqui una giovane ragazza si è sentita chiedere: “E’ fidanzata? Ha intenzione di avere figli a breve?”.
 
Continuo l’articolo citandone un altro di Betti Leone:
 
“Una proposta, quella di Brunetta, che oltre ad essere discutibile dal punto di vista contenutistico, lo è anche rispetto alla contingenza storico-economica. Come non può il ministro tener conto del fatto che di fronte alla crisi economica dilagante sono proprie le donne ad essere maggiormente esposte alla perdita del posto di lavoro?
C'è poi un altro tema che bisognerebbe ricordare perché viene omesso nel dibattito.
 
Non è vero che le donne vanno in pensione prima degli uomini: la loro età di pensionamento reale si attesta intorno ai 61 anni contro i 60 maschili. Perché, soprattutto nel pubblico impiego e proprio per la legge di parità, tendono a rimanere oltre i 60 anni. Una scelta che nasce dal fatto che la loro occupazione è meno continua di quella dei colleghi: fattore questo che le spinge a permanere in servizio per poter raggiungere gli anni di contribuzione necessaria per godere della pensione. Le pensioni di anzianità riguardano infatti principalmente i lavoratori uomini del Nord, una realtà che, almeno fino a poco tempo fa, vantava una piena occupazione.
 
Vorrei si ricordasse, inoltre, che quando si parla di equiparazione di età pensionabile ci si riferisce al destino di una generazione particolare: quella delle donne che attualmente è vicina ai 60 anni. Una generazione che ha già pagato un prezzo lavorativo alto e che oggi vive una contraddizione senza precedenti, cioè quella di dover provvedere ai propri genitori (per l'allungamento dell'età di vita e per l'assenza di un sostegno sociale), ma anche ai propri figli (fiaccati dalla precarietà). E' questo soggetto sociale che la proposta Brunetta andrebbe a colpire.
 
Dunque l'obiettivo del governo, perseguito anche attraverso l'ipotesi di elevare l'età pensionabile femminile, è solo quello di fare cassa, di ridurre la spesa pubblica, in pieno rispetto di quella politica neoliberista che pure oggi appare in crisi. Per centrare questo target l'esecutivo è disposto a tutto, anche a misure che di fatto si realizzano a spese delle donne, sulla loro pelle. Nonostante le casse dell'Inps non siano attualmente in deficit, la spesa previdenziale del nostro Paese è più elevata rispetto alla media europea, mentre resta bassa quella sociale.
 
Ecco allora che per risparmiare si sceglie di agire in due modi: favorire il sistema previdenziale privato e allungare l'età di lavoro. Ora, però, le pensioni private non sono più un fronte su cui si possa insistere vista la fase critica che esse stanno attraversando, quindi, per non perdere consenso ed evitare impopolarità nel sostenerle, il governo predilige la strada dell'allungamento dell'età pensionabile."
E' chiaro no?
 
La verità è che se veramente si auspicherebbe la parità dei sessi in ambito lavorativo si darebbe un maggior impulso alla lotta contro la precarietà, tutelandole anche attraverso un walfare migliore che garantisca loro di poter, ad esempio, desiderare di essere madri senza rischiare di non vedersi rinnovare il contratto in scadenza o magari aiutando di più la famiglia in generale attraverso facilitazione burocratiche ed agevolazioni, anche economiche, per gli asili e le scuole materne
 
Non è poi così difficile
 
Sasha Colautti
RSU – RLS
Fiom Cgil Trieste
R28A
postato da: fiomtrieste alle ore 10:38 | link | commenti
categorie: articoli
martedì, 09 dicembre 2008

PIANO ANTI-CRISI
SEMPLICE: ESSERE TUTTI OTTIMISTI!
 
Dopo aver affossato la scuola pubblica e l’università a suon di decreti che le tolgono soldi per darli in regalo alle banche zeppe di debiti, Silvio torna alla ribalta mettendo in campo il tormentone della pubblicità del Trony (mio dio), accompagnandolo ad una manovra “anti crisi” che sembra una vera e propria barzelletta.
L’OTTIMISMO A SALVEZZA DELLO STATO. Poveri noi.
Nessun argine, alla valanga che rapidamente precipita. Il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, si appella all’«ottimismo» e «agli uomini liberi e forti, affinché cooperino per il bene del paese senza pregiudizi o preconcetti».
Più prosaicamente, e laicamente, la cosa si può riassumere in questi termini: la crisi del paese  non è che agli inizi (lo dicono peraltro i dati sull’aumento delle richieste di cassa integrazione e l’andamento dei consumi) e le misure del governo, appena varate, sono del tutto insufficienti. Un piatto di lenticchie a fronte di una crisi dalla durata senza eguali.
Ma vediamo di che morte dovremmo morire:
1.    Viene accordata una “mancia” natalizia (tra i 150 e i 700 euro, pare, entro la fine dell’anno) per i più bisognosi. Ne beneficeranno solo i nuclei familiari molto numerosi e pensionati a più basso reddito. Il tetto di reddito annuo per accedervi dovrebbe essere di circa 20 mila euro (ma solo per una coppia con almeno 4 figli a carico), 17 mila (per una coppia con almeno un figlio a carico) e di 12 mila euro all’anno (per una coppia senza figli).
Noccioline per i più poveri, insomma, mentre nulla viene previsto per chi ad esempio dispone di uno (o due) stipendi medi (1200 euro al mese) che ormai, con il peso di un affitto o di un mutuo o ancora peggio la cassa integrazione, non arriva più neppure alla terza settimana del mese.
 
2.    Lo spirito della manovra  è tutto riassunto nella cosiddetta social card per i pensionati con reddito annuale sotto i 6 mila euro (ora estesa anche ai neonati fino a tre anni), già varata con la finanziaria, 120 euro a dicembre – e poi di nuovo 40 euro al mese – per fare la spesa. Il resto – il blocco delle tariffe di luce, gas, autostrade e ferrovie, come anche il taglio temporaneo di un punto sulle accise sui carburanti – sono poco più che cure palliative per un malato grave ed in pratica oltre ai poverissimi, questi vantaggi sono per gli evasori del fisco…
 
3.    Per aiutare le famiglie in difficoltà con il pagamento delle rate del mutuo c’è la proroga della convenzione Abi-governo: una partita di giro, neppure conveniente, per alleviare nell’immediato il peso della rata, e da restituire con un allungamento della durata del mutuo stesso (interessi compresi).
Inoltre si bloccano i tassi al 4% proprio adesso che prevedevano una discesa fino all’1%, ma che    strano… 
4.    Confermate le misure a favore delle imprese: detrazioni di una quota Irap attraverso Ires e Irpef; pagamento Iva al momento di emissione della fattura; sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione; intervento, infine, per evitare la restrizione del credito dalle banche alle imprese (di un osservatorio istituito presso le prefetture, ha parlato Tremonti). Si può dire che dei tanto sbandierati 80 miliardi per fare fronte alla crisi, di reale c'è solo lo sblocco dei fondi per le infrastrutture (la logica resta quella delle cosiddette grandi opere), 16 miliardi di euro in gran parte sottratti al Fondo per le aree sottosviluppate. Nonostante questo, anche la Confindustria si lamenta della “pochezza” di questa manovra.
 
5.    Ammortizzatori sociali: Il governo pensa di aumentare il fondo per gli ammortizzatori sociali in deroga (quelli previsti per quei settori che, a norma di legge, non ne avrebbero diritti), con l'ipotesi di utilizzare a tal fine il Fondo sociale europeo: da 600 milioni di euro si dovrebbe arrivare a una cifra compresa tra gli 800 milioni e 1 miliardo. Di questi dovrebbero usufruire anche i precari (contrattisti a termine, interinali, apprendisti e collaboratori in monocommittenza).
Qui si sta parlando di una «valanga» di persone, 400 mila, che rischiano di perdere il posto di lavoro da qui alla fine dell'anno. Ma i precari a vario titolo sono molti di più e le risorse messe a disposizione dal governo paiono una manciata di noccioline.
Senza contare l'odiosa norma passata nei giorni scorsi all'approvazione del senato insieme al decreto infrastrutture, che prevede l'annullamento della «clausola sociale» per le aziende in amministrazione straordinaria che, in crisi, decidano di cedere rami aziendali (e i cui lavoratori perdono di conseguenza il diritto al mantenimento dei livelli contrattuali e retributivi).
Nessuna detassazione della tredicesima mensilità del salario (come chiedeva insistentemente da settimane la Cgil), il governo tira dritto invece e destina una parte consistente delle risorse alla proroga della detassazione di straordinari e premi aziendali. Provvedimento 'curioso' fatto, guarda caso, nei tempi in cui le imprese pensano alla riduzione dei volumi produttivi a causa della crisi, costato finora 1 miliardo di euro circa, e che il governo è intenzionato a prorogare per tutto il 2009, allargandone anche la platea dei beneficiari: facendo i conti della serva, 3 miliardi di euro almeno.
In altre parole tutta la manovra è uno specchio per le allodole. L’ammontare della cifra messa in campo è di 5 miliardi di euro, pari al 30% di un punto del nostro PIL, per dare fiato ad un’economia in fase di stagnazione, cercando di sollecitare la domanda e quindi la produzione, almeno, della media e piccola impresa.  Qui è necessario porsi una domanda: con cinque miliardi, più o meno a pioggia, sarà possibile sostenere la domanda ed aiutare la produzione?
     L’attività del governo Berlusconi (abolizione ICI, Il salvataggio di Alitalia, la ripresa dell’evasione fiscale) è costata 15 miliardi, e considerato il mezzo punto di sforamento consentito da Bruxelles avremmo potuto disporre di 22 miliardi per dare fiato alle trombe dell’economia. Per fortuna basta essere ottimisti!
Per dire alla gente di essere ottimista, dopo avere approvato questo decreto anticrisi, ci vuole una bella faccia tosta con un bel sorrisone…alla faccia della miseria.
R28A
postato da: fiomtrieste alle ore 06:39 | link | commenti
categorie: comunicati
venerdì, 21 novembre 2008

BONANNI E ANGELETTI: "Mai stati da Berlusconi"

IENE RIDENS

dal PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA DELLA P2:
"Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria è fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell'UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entità i più disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all'interno dell'attuale trimurti".
Oggì è venerdì. Niente pesantezza. Beccatevi sto video delle Iene. Buon weekend a todos.

Sasha Colautti
RSU - RLS
Fiom CGIL
Rete 28 Aprile
Trieste
postato da: fiomtrieste alle ore 08:04 | link | commenti (1)
categorie: articoli
venerdì, 14 novembre 2008

CISL e UIL incontrano segretamente BERLUSCONI assieme alla CONFINDUSTRIA escludendo la CGIL: VERGOGNOSI

L’ALLEGRA COMBRICCOLA
 
Che ci fanno i segretari generali di CISL e UIL, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, a palazzo Grazioli (residenza romana di Silvio Berlusconi) assieme alla leader della CONFINDUSTRIA Emma Marcegaglia????
 
Bella domanda.
 
Come ha ricordato Loris Campetti su un suo articolo Berlinguer chiamava questi incontri segreti “Conventio ad excludendum”; definendo così l’atteggiamento che la vecchia DC manteneva nei confronti del PCI. Qui però la cosa è un po’ diversa. I soggetti sono diversi.
 
CISL e UIL, assieme alla CONFINDUSTRIA, si sono presentate sulla soglia della berlusconiana residenza con un obiettivo ben preciso: Escludere la CGIL dal confronto e aggirare così l’ostacolo del sindacato più rappresentativo d’Italia…. Sti Rompicoglioni.
 
Infatti, per Bonanni e Angeletti, è veramente troppo difficile attuare il loro nuovo concetto di sindacato, proprio per colpa di quella “maledetta” CGIL, che non ne capisce niente, che si aggrappa a concetti vecchi e sorpassati e che attua conflitti inutili... Quando invece basta semplicemente calarsi i pantaloni e chiudere gli occhi, aspettando il risultato da presentare ai lavoratori come un successo della contrattazione.
 
Ogni giorno, credo che le cose non possano andare peggio di così, e invece questi signori riescono sempre a stupirmi con nuove trovate: l’altra sera stavo guardando Ballarò ed è una puntata al limite dell’incredibile.
 
Come ospite, c’è Luigi Angeletti della UIL: Tra una boiata e l’altra gli viene chiesto ad un certo punto se la notizia di questo incontro segreto a casa di Berlusconi con la Marcegaglia e Bonanni della CISL fosse vero. Li hanno visti uscire da un’entrata secondaria. Qui arriva il bello.
 
Angeletti inizia a sudare freddo, diventa paonazzo. Gli viene la balbuzie e come se fosse un bambino al primo giorno di scuola – e mi fa pure una certa tenerezza – con la faccia che sembra quella di un pupazzo di gomma dice: “No, non è assolutamente vero”.
Il giornalista replica la domanda. Ad Angeletti, visibilmente imbarazzato, gli viene pure da ridere. La gente applaude e tutti scoppiano in una risata. Quella di Angeletti è una risata isterica… la figura di merda davanti a milioni di persone è clamorosa.
 
Il giorno dopo è già tutto su YOUTUBE:   http://www.youtube.com/watch?v=U-OeYTNR_js
 
Ora: nessuno sa di cosa abbiano parlato. Bonanni cercando di salvare il salvabile, il giorno dopo su tutti i giornali nega anche lui l’avvenuto incontro, nonostante i giornalisti che li hanno beccati (Reuters e Ansa) confermino tutto. Fa pure di peggio: Afferma che Epifani si sia inventato tutto per screditarli e per trovare una scusa allo sciopero generale indetto l’indomani dalla CGIL, proclamato per il 12 Dicembre sui Territori.
 
Bonanni supera ogni limite, Angeletti gli va dietro. A confermare il tutto è il governo, che decide di tacere e non smentisce l’incontro anzi, sia Berlusconi che Sacconi lo confermano.
 
Ora, guarda caso, viene fuori che i sindacati che da mesi imprecano contro la Cgil accusandola di essere poco unitaria, fanno i giochi sporchi bypassandola su questioni che riguardano tutti e riguardano soprattutto i 5.000.000 di iscritti della CGIL, come la riforma sui contratti o sul superamento della crisi. Il problema è di tutti.
 
Per fortuna in Cgil è ritornato il coraggio e l’orgoglio, e si va avanti anche senza logiche clientelari e neocorporative.
 
“Occupazione, lavoro, redditi, stato sociale, diritti e tutele richiedono una risposta da parte del governo che, superando limiti ed errori contenuti nella finanziaria, sia in grado di sostenere redditi da lavoro e da pensione, estendere le reti di protezione per i tanti che stanno perdendo il lavoro, a partire dai precari, riveda: i tagli nei settori pubblici, nella scuola e nell’università, e favorisca un piano straordinario di investimenti a partire dalla condizione del Mezzogiorno e dalle crisi industriali.

Di fronte ai problemi del Paese, il Governo ha il dovere di aprire un confronto serio e trasparente con le grandi forze di rappresentanza sociale. La scelta di non aprire questi tavoli, di sostituirli con incontri, più o meno riservati, che tendono a escludere i più, a partire dalla Cgil, e dalle altre associazioni di impresa, rappresenta un fatto di eccezionale gravità, proprio mentre tutto esige regole democratiche e trasparenti, di democrazia e rappresentatività sindacale. Questo fatto, insieme, racchiude l’esistenza di una conseguente relazione tra lo stato del confronto sulla riforma del modello contrattuale e la volontà del Governo di dividere le Organizzazioni sindacali e premere in direzione di un accordo separato.

La Cgil conferma l’insieme delle iniziative di mobilitazione e di lotta già decise e per richiedere una svolta di politica economica e sociale necessaria per governare la crisi, evitare che essa scarichi le proprie conseguenze sulle famiglie dei lavoratori e dei pensionati e sui precari, proclama uno sciopero generale per il giorno 12 dicembre.

(dall'ODG approvato all'unanimità dal Direttivo nazionale CGIL)
 
Lo sciopero Generale è un’iniezione di fiducia.
 
Noi che non ci rassegnamo all’idea di essere schiacciati da scelte che hanno portato l’intero globo ad una crisi di proporzioni drammatiche, non ci fermiamo e non ci fermeremo mai davanti a nulla.
 
Bonanni e Angeletti l’hanno capito benissimo, e proprio per questo stanno operando in tutto e per tutto per eliminarci.
 
Semplicemente.
 
Quello che sfugge ai segretari di CISL e UIL è che magari a volte, il rispetto per la gente che lavora, e che al momento sta pagando il conto di una crisi di cui non ha colpa, deve superare la razionalità della poltrona.
 
Come ha detto Campetti, l’unità sindacale se conquistata non può e non deve trasformarsi in una gabbia.
 
Meglio soli.
 
Meglio separarsi da Cisl e Uil che dalla propria gente.
 
 
Sasha Colautti
RSU – RLS
FIOM Cgil
Rete28Aprile
Trieste
 
postato da: fiomtrieste alle ore 08:30 | link | commenti (7)
categorie: articoli
giovedì, 18 settembre 2008

RIFORMA DEL MODELLO CONTRATTUALE: LA CONFINDUSTRIA PRESENTA LA PROPRIA PIATTAFORMA

IL RAPACE
 
Siamo arrivati al dunque. E’ uno di quei momenti che probabilmente cambieranno, nell’ambito in cui siamo immersi, il corso delle cose, della storia e delle nostre esistenze. E non è affatto una esagerazione.
 
La domanda di oggi è: Quanto in basso si può cadere?
 
E’ non è un caso l’utilizzo della parola caduta. Si sta prefigurando in questi giorni l’agghiacciante piano confindustriale per la totale egemonia del capitale sul lavoro. Frantumare la solidarietà sociale, spezzare la classe lavoratrice nel nome della trattativa individuale e infine schiacciare i più basilari diritti nel nome del collaborazionismo sindacale al prefissato scopo di far divenire il lavoratore dipendente un “complice d’impresa”.
Così Emma Marcegaglia ha voluto chiamare quella che è la sua idea di lavoratore perfetto. Non collaboratore, non socio ma sue testuali parole.....complice.
 
Confindustria ha presentato a CGIL CISL e UIL un documento che prevede il definitivo affondamento della contrattazione nazionale e di tutti i livelli base di tutela del lavoratore dipendente. Il melodramma si inasprisce sapendo che Raffaele Bonanni (Segretario Generale CISL) e Luigi Angeletti (Segretario Generale UIL) non ci pensano due secondi su e dicono di voler firmare.
 
Del resto è un realizzarsi del sogno di Bonanni e del suo sindacato.
 
Il sindacato che diviene organo parastatale e subordinato alle imprese, economicamente autosufficiente anche senza il tesseramento volontario grazie alle cosiddette “quote di servizio obbligatorie” e che sta in piedi su un apparato che inibisce il crearsi del conflitto grazie ad una serie di organi interconfederali e di enti o commissioni bilaterali che hanno il potere di scavalcare categorie, territori ed RSU per impartire ordini su cosa è giusto o non e giusto o comunque su cosa va o non va in contraddizione con le premesse fatte su questa piattaforma proposta dalla confindustria:
 
“Le parti attribuiscono alle relazioni sindacali il compito di determinare le condizioni confacenti agli obiettivi dell’economia perseguendo l’incremento dei redditi di impresa attraverso la spinta della competitività, all’innovazione, alla flessibilità produttiva, alla definizione dei contenuti collettivi nel rapporto di lavoro attraverso organismi bilaterali, di servizi a favore dei lavoratori.”
 
Già in queste poche righe si capisce che l’obiettivo sindacale futuro dovrà essere quello di favorire l’impresa a scapito del lavoratore. Infatti in questo caso il lavoratore diventa un semplice oggetto su cui costruire regole contrattuali e collettive che lo facciano lavorare di più (flessibilità d’orario), e più velocemente (competitività).  
 
Non a caso viene, nel documento, praticamente proibito lo sciopero. Infatti durante i rinnovi del contratto nazionale per ben 7 mesi non si potrà ricorrere alle mobilitazioni e durante gli integrativi aziendali i mesi cosiddetti di “raffreddamento” sono 3.
 
Anche il salario non è al sicuro dagli artigli dell’aquila della Confindustria: Il contratto collettivo nazionale infatti verrà rinnovato ogni tre anni (alla faccia dell’inflazione) con dei minimi tabellari determinati da un “indice previsionale” triennale depurato dalle voci inflative importate.
Indice che è ancora inferiore a quello odierno. Se ci va bene perderemo nel giro di un anno il 40% del nostro potere attuale d’acquisto garantito dalla contrattazione collettiva.
Ma non bastava: Il resto delle economie è da richiedersi esclusivamente con la contrattazione di secondo livello… e dimenticavo di dirlo: il salario potrà essere solo ed esclusivamente variabile.
 
In pratica uno degli obiettivi madre della Confindustria è quello sempreverde di legare il nostro salario al profitto delle aziende. Un salario del tutto variabile e che può scendere anche fino allo zero. Infatti vogliono tutto ma senza dare garanzie di sorta. Per i lavoratori che non avranno la possibilità di contrattare nelle proprie aziende questa fetta di salario variabile non resta che appellarsi a qualche santo o comunque a sperare che quella forma di incentivazione garantita o indennità di salario variabile per chi non fa contrattazione di secondo livello sia abbastanza alta da dargli da mangiare. Ma non credo.
 
Infatti quello che traspare maggiormente da questo documento è che la contrattazione collettiva e di secondo livello cambiano completamente la propria natura. Non servono più a tutelare i lavoratori, ma devono entrambe servire a favorire l’impresa in tutte le sue logiche.
Con questo documento Confindustria ha dato un colpo di spugna non solo alla già di per se orribile piattaforma unitaria sindacale, ma ha dato un bel calcio in bocca a tutti noi che speriamo in un futuro decisamente migliore e diverso.
 
Ora, mi secca dirlo, è rimasto tutto nelle mani della CGIL. Bisogna avere il coraggio di interrompere la trattativa e fare un passo indietro. Bisogna avere il coraggio di spezzare questa nefasta unità sindacale perché il corporativismo di CISL e UIL ci sta trascinando tutti dentro il baratro. Non è vero affatto che un pessimo accordo è meglio che non avere un accordo.
 
Non mi stancherò mai di ripeterlo: A che titolo si sta discutendo su questa riforma? Nessun lavoratore è stato mai interpellato a riguardo e nessuno ha mai dato mandato a CGIL CISL e UIL di iniziare un tavolo di trattativa con Confindustria.
 
La FIOM nel suo comitato centrale ha bocciato all’unanimità (fatto storico) il documento presentato dall’associazione padronale, definendo inaccettabile l’ipotesi d’accordo.
Inoltre è stato già più volte ribadito da più parti che una riforma di questa portata firmata solo con la Confindustria toglierebbe alla contrattazione collettiva il suo carattere solidale e di tutela universale e ne avvallerebbe di conseguenza una impostazione che discrimina categorie e tipologie di lavoratori.
 
Quindi siamo ad un punto di svolta. Di non ritorno oserei dire.
 
Sulla difesa della nostra contrattazione collettiva ci giochiamo tutto. Ed è tutto nelle nostre mani. Cercare di far uscire il dissenso non basta. Bisogna mobilitarsi e dare il via ad una campagna per fermare questa trattativa nei luoghi di lavoro e nei territori.
 
Tutti devono sapere. Tutti devono lottare.
 
Nessuno escluso.
 
 
Ps.
Sabato 27 Settembre la CGIL ha organizzato in tutte le piazze d’Italia dei presidi per gridare la propria rabbia contro le recenti riforme fatte in ambito lavorativo dell’attuale governo. Anche questo è un fronte aspro di scontro. Sanità, Scuola pubblica, Protocollo sul walfare e legge 30 sono stati devastati dall’azione di questo esecutivo. E’ giunto il momento di protestare.
Durante questa iniziativa la FIOM metterà l’accento proprio sulla gravità della situazione riguardante la riforma del modello contrattuale.
Vi comunicherò a breve luogo e orari.
 
Sasha Colautti
RSU – RLS
FIOM Cgil
Rete28Aprile
Trieste
postato da: fiomtrieste alle ore 09:04 | link | commenti (1)
categorie: articoli